Studio Azzurro, dal media al reale

Studio Azzurro nasce nel 1982 a Milano, come luogo di produzione video e di ricerca artistica, dalla confluenza di tre figure provenienti da ambiti mediatici diversi: Fabio Cirifino (fotografia), Paolo Rosa (arti visive e cinema) e Leonardo Sangiorgi (grafica e animazione). A partire dal 1995 entra a far parte integrante del gruppo Stefano Roveda, esperto in sistemi informatici e tecnologie interattive. Il nucleo fondamentale si avvale fin dagli esordi di numerosi collaboratori di diverse competenze, dalle scienze alle arti alla filosofia, e si ripropone di creare una sorta di spazio di elaborazione creativa, aperto e dinamico.

Le premesse del “gruppo-progetto” risiedono nell’ esperienza d’avanguardia degli anni Settanta che fu il Laboratorio di Comunicazione Militante, cui aveva preso parte Paolo Rosa. Questa prima formazione ricercava utopicamente una diffusione dell’arte a tutti i livelli tramite l’utilizzo creativo dei nuovi sistemi mediatici e si muoveva in collegamento con le scuole, con i centri sociali, con gruppi di emarginati, sfidando la diffidenza avvertita in questi contesti nei confronti dei mezzi di comunicazione, in questo caso strumenti dell’arte. Il mezzo televisivo viene utilizzato in modo provocatorio, strutturando i canali espressivi su un forte impianto socio-ideologico.

Rimane famoso il documentario Facce di Festa (1980), in cui l’occhio della macchina da presa svela senza inganni la recita a soggetto, lo snobismo esibizionista, l’originalità frivola, i radicati codici comportamentali e gergali, i desideri, i segreti, lo smarrimento e la solitudine di una generazione di che passa dalla Fanta alla cocaina, rimasta senza terra fra gli strascichi postsessantottini e la nascita del neopunk.

 

 

La posizione anti-istituzionale si ripercuote anche sull’insofferenza classificatoria che porta lo Studio Azzurro a rifiutare l’etichetta di video arte, per manifestare un certo scetticismo nei confronti di una tendenza formalistica, puramente decorativa, che interpreta il video come strumento alternativo al pennello (rif. la contestata dichiarazione di Nam June Paik  “il tubo catodico rimpiazzerà la tela”).

L’intenzione programmatica del gruppo milanese consisteva piuttosto nel rilevare le trasformazioni in atto attraverso un’esplicitazione del più autentico significato del video come “sistema simbolico” della contemporaneità. Studio Azzurro si concentra infatti sul ruolo centrale dello spettatore, stimolando il pieno investimento del suo immaginario, indispensabile per realizzare le potenzialità dell’opera. L’interscambio tra reale e virtuale è ottenuto sfruttando l’ambiguità interpretativa e suggerendo nuove possibilità di integrazione tra uomo e dispositivi tecnologici.

La rottura della schematica divisione tra lo schermo e lo spazio, tra la cosa e il luogo, è evidente nella prima rappresentazione teatrale che Studio Azzurro realizza nel 1985 in collaborazione con la compagnia La Gaia Scienza  di Giorgio Barberio Corsetti: Prologo a diario segreto contraffatto.

Quindici monitor si spostano su un palco teatrale su carrelli cinematografici, riproducendo in diretta, attraverso il collegamento a 15 telecamere, gesti, azioni, scenari che vengono interpretati su un set televisivo dietro le quinte, dove gli attori sono inizialmente imprigionati. La distinzione tra immagini sugli schermi e parti recitate dal vivo sfuma quando gli attori si liberano dalla loro “prigione” elettronica e invadono la scena con una corporeità dionisiaca: gli spettatori vedono sorprendentemente materializzarsi il loro corpo virtuale elettronico nello spazio della rappresentazione.

 

 

 

L’incrocio tra scena e set, corpo reale e corpo virtuale, linguaggio video e performativo segna una svolta nella ricerca teatrale, inventando la “doppia scena”. Dall’interazione diretta – e in diretta – tra il corpo dell’attore e lo spazio virtuale del video scaturisce non soltanto un’inedita idea scenica ma anche una nuova esperienza percettiva per lo spettatore.

L’intreccio fra spazio virtuale e corpo reale viene elaborato e ripresentato nelle performance e videoinstallazioni successive, aprendo la strada all’interattività: Correva come un lungo segno bianco (con quaranta monitor), Camera astratta, Il combattimento di Ettore e Achille e moltissime altre.

Le opere di Studio Azzurro non sono rintracciabili in rete a parte i brevi spezzoni ci cui sopra e altri video amatoriali di videoinstallazioni. Per gli appassionati è in vendita un cofanetto della Feltrinelli dal titolo “Videoambienti, Ambienti Sensibili”.

 

PM

Redazione videoart

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Studio Azzurro, dal media al realeultima modifica: 2008-12-10T16:27:00+00:00da eguidevideoart
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