Il Chroma Key – da Matrix ad Amanda Lear

Il Chroma Key è una tecnica dal funzionamento molto semplice da spiegare, abbastanza semplice da applicare e diffusissimo a tutti i livelli: nel cinema, nei videoclip e talvolta anche in TV. La tecnica ha come obiettivo quello di isolare un soggetto dallo sfondo per riposizionarlo su uno sfondo differente. Il principio è quello di eliminare un colore dall’immagine ripresa: si pone un pannello monocolore dietro al soggetto, generalmente blu o verde in quanto non sono dei colori che compongono la tonalità della pelle umana. Da qui il nome di blue screen o green screen. Successivamente si toglierà il colore alla ripresa in questione: tutto quello che rientra nella tonalità prescelta diventerà trasparente.  Per questo motivo i vestiti e gli oggetti che si vogliono isolare non devono contenere il colore da sottrarre altrimenti risulterebbero “bucati”. La giusta illuminazione è fondamentale per la buona riuscita della ripresa: lo sfondo infatti dev’essere illuminato in modo omogeneo e indipendente dall’immagine da “ritagliare”.

 

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L’uso del Chroma Key di solito è facilmente individuabile sia perché i bordi dei soggetti dell’azione sono marcati (effetto di fringing), sia perché l’illuminazione del soggetto è diversa da quella dello sfondo a cui è stato sovrapposto. Solo un enorme lavoro di post produzione può cancellare questi difetti facendo apparire la scena del tutto realistica (es. Matrix, Forrest Gump, Star Wars..), ma in questo caso si parla di produzioni ad altissimo budget.

 

Il primo utilizzatore del Chroma Key fu Larry Butler che vinse l’Oscar per gli effetti speciali per il film “The Thief of Bagdad” nel 1941. Ne vediamo qualche scena in questo minidocumentario che illustra l’uso di questa tecnica mostrandone gli esempi più celebri di utilizzo nel cinema..

 

 

Il Chroma Key fu implementato negli anni 80 dal direttore agli effetti speciali di “Star Wars: L’Impero colpisce ancora”: infatti fino a quel momento la sovrapposizione dell’immagine allo sfondo doveva essere effettuata frame per frame.

Da quel momento la tecnica si diffuse anche ad altri ambiti e la maggior parte dei videoclip, anche quelli d’autore (vedi Zbigniew Rizbinski , Charles Atlas), ne fecero uso, con l’obiettivo di rappresentare ambientazioni spaziali (es. Yellow Magic Orchestra, Technopolis), di creare immagini ridondanti (es. Disco Bambina di Heater Parisi), didascaliche (es. Fotoromanza di Gianna Nannini), o meccaniche (es. Pet shop Boys, Go West). Il riferimento visivo spesso è il gioco o il videogioco. Il risultato è volutamente artificiale, con assenza di prospettiva, sfondi fissi, una semantica elementare e per questo fruibile da qualsiasi target.

 

Il Chroma Key, aldilà dell’uso cinematografico per gli effetti speciali, è usato oggi piuttosto raramente: in Tv in chiave ironica (Mai dire grande fratello – Jean Claude nel confessionale) oppure nei videoclip per riagganciarsi alle suggestioni degli anni 80 (la Roux, Quicksand), o in generale per dare degli effetti e delle atmosfere di irrealtà a produzioni a basso budget girate in studio.

 

PM

Redazione videoart

 

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Il Chroma Key – da Matrix ad Amanda Learultima modifica: 2009-03-11T15:23:00+00:00da eguidevideoart
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