Nan Goldin, le vite degli altri

 

I survive by taking pictures.

 

 

 

Nan Goldin espone all’interno del Festival Fotografia di Roma la sua opera Heartbeat, forse la sola della sezione “La Gioia” concepita originariamente come uno slide show (al contrario degli altri slide show costretti a questa forma per problemi di budget e conseguentemente di spazio).

 

Le immagini “esplicite”, come recita l’avviso all’ingresso della sala, illustrano relazioni di coppie di amici, etero e gay, apparentemente d’amore e passione, secondo l’artista manifestazioni di una dipendenza che può sfociare nella morbosità e anche nella violenza, meccanismi a cui sono inclini le persone soggette ad altre dipendenze.

 

Bellissimi e maledetti, dai gesti profondi, disorientati e preoccupati, disinibiti e spontanei come i figli di pochi anni, che assistono alle loro effusioni amorose, i protagonisti lanciano sguardi taglienti e sfuggenti al tempo stesso, tra sigarette onnipresenti, intimità e riposo, luci morbide che rendono sognanti le scene quotidiane,sulle note eteree di una struggente Bjork.

 

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Segnata dal suicidio della sorella maggiore Barbara Holly e dalla reazione dei suoi genitori, ebrei piccolo borghesi, che tentarono di risolvere la questione nascondendo l’accaduto al vicinato e rendendo tabù l’argomento all’interno delle mura domestiche, fuggì per frequentare ambienti in cui la verità, per quanto dolorosa, drammatica, imbarazzante, venisse mostrata anziché nascosta.

 

Nel 1969 si iscrisse alla Satya Community School, per la sua fama di ambiente hippie e anticonvenzionale. A 15 anni prese in mano la prima macchina fotografica, e a 20 la sua prima mostra documentava la comunità gay e trans di Boston.

 

Successivamente si trasferì a NY dove si introdusse nell’ambiente underground degli anni in cui Times Square era l’epicentro del mercato della droga e del sesso. Cominciò a documentare il mondo della scena musicale post punk e a seguire le rivendicazioni della comunità gay, rafforzatasi in seguito alle violente dimostrazioni contro la polizia di Stonewall Inn, nel 69. Fu ingoiata dalla cultura della droga del quartiere di Bowery (a sud di East Village), esperienza che tra il 79 e l’86 generò la sua collezione di foto più famosa: The Ballad of Sexual Dependency.

 

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Nan Goldin fu tra i primi a circoscrivere la sua arte alle persone e situazioni che conosceva, anzi a orientare fin da adolescente le sue frequentazioni verso ciò che voleva documentare, convinta che non si possa trasmettere quello che non si conosce e non si vive in prima persona. Forse è l’elemento che rende le sue foto emozione, non solo documento. Sicuramente è la logica che la porta a fotografare se stessa, anche in situazioni estreme (qui di seguito picchiata dal ragazzo – 1984).

 

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La dipendenza da alcol e da droghe, per quanto deleteria, diede origine al suo eccezionale sguardo fotografico. Attraverso la foto realizzò il desiderio di conservare le immagini delle persone e delle situazioni, di salvarle dall’oblio, di rubare l’anima, come temono, forse giustamente, le religioni islamiche. Tutti gli amici fotografati morirono pochi anni dopo di AIDS o overdose.

 

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Il dolore provato per le perdite nel suo circolo di amici, anche i più stretti, di cui a volte seguì l’agonia, generò in lei una crisi che la convinse a cambiare stile di vita, e a trasferirsi in Europa.

 

In un’intervista le è stato chiesto se il fuori fuoco fosse voluto in alcuni suoi scatti. Lei rispose che fotografa senza curarsi delle condizioni di luce, del movimento, spesso con un tempo di esposizione bassissimo poiché il suo intento è catturare quel momento, il resto non ha importanza. Prediligendo il soggetto alla tecnica, critica il lavoro di alcuni suoi colleghi “many photographers cannot see anything”. Fin dalle prime mostre Nan presentò le sue immagini sottoforma di slide-show: le foto assumono senso nella sequenza, la logica narrativa è tutto, da essa emerge ciò che vuole comunicare. Per questo spesso è definita videoartista, anziché fotografa, anche se i suoi lavori video sono pochissimi.

 

Al contrario degli artisti che cercano se stessi in ciò che fotografano, Nan Goldin rispetta le persone e le ritrae così come loro desiderano apparire, senza cercare di fargli dire ciò che non vogliono, sembrare come non sono, o utilizzarle come strumento di una sua esternazione.

 

E’ così che ci porge su un piatto d’argento le vite degli altri.

 

 

PM

Redazione videoart

 

 

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Nan Goldin, le vite degli altriultima modifica: 2009-06-16T16:05:00+00:00da eguidevideoart
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